Hatha Yoga

di Chiara D'Ottavi

L’Hatha Yoga nella Bhagavad Gītā

    Nella Bhagavad gita lo yoga è concepito come il superamento di tutte le dicotomie.
“Lo yoga è samatvan” ovvero uguaglianza, dice Sanjaya a Arjuna, invitandolo a compiere le proprie azioni in maniera disinteressata, “abbandonando l’attaccamento, stando ben fermo nello yoga”.

Fondamentale, pure, la distinzione tra “yoga della conoscenza” e “yoga dell’azione”. Quest’ultimo è lo yoga degli yoghin. Krsna, il Beato, sottolinea infatti che nessuno, neanche per un singolo istante, può “rimanere inattivo”, ma che si è invece condizionati dai costituenti della natura. E che “l’azione è sempre meglio dell’inazione”.

Tutto ciò costituisce un importante monito a coloro che, intraprendendo un cammino spirituale, si illudono di poter o di voler abbandonare le questioni terrene.

Ma la vita spirituale non è affatto staccata dalla praticità, anzi, essendo lo yoga “unione”, una rafforza e influenza positivamente l’altra. E’ impossibile e controproduttivo starsene seduti nell’inazione. E solo attraverso l’azione possiamo lavorare ed emanciparci dal nostro karman: “Io quindi ti esporrò che cos’è l’azione; e, conosciutala, ti libererai dal male”. Proseguendo, oltre all’inazione e all’azione esiste anche la mala azione (ritorna qui il concetto dell’importanza dei precetti etici).

Lo yoga è azione, ed è raggiungibile attraverso la conoscenza. La conoscenza ha bisogno di tempo per realizzarsi. Infatti, lo yogi ha bisogno di tempo per perfezionare e penetrare a fondo lo yoga. Attraverso lo yoga si può raggiungere “la perfezione spontaneamente dentro se stesso, col tempo (…) e ottenuta che sia la conoscenza, raggiunge in breve la pace suprema”.

        Sempre nella Baghavad Gita, lo yogin è colui che è cordiale e al tempo stesso distaccato con tutti. E’ una persona equilibrata, che mangia bene e con moderazione, che dorme né poche né troppe ore… e che agisce con moderazione!

    Come nello Yoga Sutra, ritornano l’idea dell’assenza di pensiero e quella di introspezione massima (enstasi), così come quella dell’unità con il tutto, con cui lo yoghin deve aspirare a ricongiungersi. Questo ultimo aspetto determina la “superiorità” dello yoghin perfino rispetto agli uomini di conoscenza e di azione.

    L’opposto della conoscenza è il dubbio e l’ignoranza. “Quindi, colla spada della conoscenza, recidi questo dubbio che ti siede nel cuore, nato dall’ignoranza. Pratica lo yoga e sorgi, o Arjuna!” Ancora una volta, l’accento è sulla pratica. Lo yoga, infatti, porta alla conoscenza e libera dal dubbio, che a sua volta ha origine non dalla ricerca, ma dall’ignoranza. La vera ricerca (conoscenza) è lo yoga, la pratica.
Una ricerca che genera solo dubbi genera solo confusione e non armonia. La mia conclusione, a questi miei personali commenti, è la seguente: se si incontra lo yoga sul proprio cammino… è bene praticarlo




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 Settembre 10, 2013